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Strudenti Disabili All'Università

 Introduzione
 Cap.1 Trenta anni di integrazione
 Cap. 2 La legislazione italiana in materia d’integrazione scolastica e culturale
 Cap. 3 L’accoglienza degli studenti disabili nell’Ateneo leccese
 Cap. 4 Percezione della disabilità nella popolazione universitaria leccese
 Cap. 5 Analisi dell’integrazione degli studenti disabili dell’Università di Lecce
 Cap. 6 Le voci di alcuni studenti universitari disabili frequentanti l’Ateneo di Lecce
 Conclusioni
 Appendice A - Lettera di presentazione inviata con il testo del questionario
 Appendice B - Il Questionario
 Appendice C - Le brevi interviste a studenti e docenti
 Appendice D - Schema interviste
 Ringraziamenti
 Bibliografia

1.2 La Magna Charta dell’integrazione

I vent’anni trascorsi dall’approvazione della legge n. 517 si possono suddividere in due fasi: la prima, dal 1977 al 1987, che registra più che altro l’inserimento senza l’integrazione; la seconda, dal 1987 in poi, che gradualmente segna il passaggio dall’inserimento alla piena integrazione. Bisogna riconoscere però che, sotto il profilo pedagogico, l’integrazione scolastica aveva già avuto il suo primo documento fondamentale nel “documento Falcucci” del 1975. Tale documento costituisce la “Magna Charta” dell’integrazione degli alunni in situazione di handicap: in esso sono contenuti i principi ispiratori della legge n. 517/1977 e della stessa legge n. 104/1992. In tale documento veniva proposta una filosofia dell’integrazione molto articolata, con punti che potevano essere certamente discutibili, ma che promuovevano questa prospettiva come linea ufficiale del governo della scuola.[3] Il documento Falcucci delinea il nuovo modo di essere della scuola, con particolare riferimento ad una organizzazione didattica che favorisca soprattutto i processi di socializzazione e valorizzi, ai fini dell’apprendimento, accanto all’intelligenza logico-astrattiva, anche l’intelligenza sensorio-motrice e pratica. La modalità organizzativa più idonea a favorire l’integrazione viene ritenuta la scuola a tempo pieno, “da intendersi non come somma dei momenti antimeridiano e pomeridiano non coordinati fra di loro, ma come successione organica ed unitaria di diversi momenti educativi programmati e condotti unitariamente dal gruppo degli operatori scolastici (culturale, artistico-espressivo, ricreativo o ludico aperto anche ad agenti culturali esterni alla scuola, di ricerca e di esperienza personale e di gruppo, di attività socializzante)[4]”. Tuttavia, nel documento Falcucci si evidenzia anche che “Si va affermando, inoltre, la tendenza a separare il meno possibile le iniziative di recupero e di sostegno dalla normale attività scolastica, alla cui ricca articolazione si affida il compito di offrire a tutti, nell’ambito dei gruppi comuni, possibilità di azione e di sviluppo. Si cerca in questo modo di non legare i vantaggi dell’intervento individualizzato agli svantaggi della separazione dal gruppo più stimolante degli alunni normali[5]”. Lo spirito della Relazione Falcucci non è settoriale, ma abbraccia in un unico progetto scuola materna, elementare e media inferiore. Si fanno presenti alcune condizioni strutturali quali la stabilità degli insegnanti e la loro qualifica professionale, l’adeguatezza delle strutture, l’efficienza dei servizi territoriali. Vengono indicati anche alcuni punti decisivi per una “strategia” dell’inserimento, prefigurando un Ufficio centrale a livello di Ministero (con l’istituzione di un “Ufficio speciale per il problema degli handicappati”) e la creazione di servizi socio-psico-pedagogici presso ogni Provveditorato agli studi, per realizzare a livello provinciale e distrettuale un’azione di coordinamento e di sostegno all’integrazione. Come ho accennato inizialmente, la produzione normativa riflette da vicino la coscienza sociale in ordine ai problemi oggetto delle disposizioni emanate. Questa “regola” non è però rigida. Può accadere che una produzione di norme preceda la coscienza sociale e tenda a formarla, come nel caso del Documento Falcucci. La norma, allora, funziona da istanza di cambiamento, più che da strumento regolativo dell’esistente.

[3]Canevaro A., Pedagogia speciale. La riduzione dell’handicap,Milano, Mondatori, 1999, p. 25. p.570.
[4]Documento elaborato nel 1975 dalla Commissione presieduta dall’allora Sottosegretario alla P.I., on. Franca Falcucci.
[5]Ibidem





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Prima Pubblicazione: 23 luglio 2003
Ultimo Aggiornamento: 09 Ottobre 2007
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